CAOS CAPITALE E UN MUNICIPIO SCELLERATO

Ad un mese dalla chiusura delle scuole, appare chiaro che non riapriranno e che la frequenza non riprenderà prima dell’inizio del prossimo anno scolastico. In tutto questo mese, nelle scuole romane non è stata presa alcuna iniziativa per garantire l’inclusione scolastica degli alunni disabili, nel quadro di una generale insufficienza della cosiddetta didattica a distanza, che vede in particolare le scuole materne ed elementari della Capitale brillare solo per la propria assenza, mentre si accavallano e sovrappongono indicazioni irresponsabili e contraddittorie.
Ad emergenza già dichiarata, l’Assessorato alla Scuola di Roma Capitale aveva partorito l’idea insensata di trasformare le prestazioni degli assistenti educativi in interventi a domicilio, senza alcun riguardo né verso la sicurezza di operatori e famiglie, né verso i contenuti professionali del lavoro educativo, tanto da suscitare una vera e propria insurrezione sui social da parte delle lavoratrici e dei lavoratori. L’opposizione degli operatori – di cui, come Comitato, ci siamo fatti parte attiva e portavoce – insieme all’entrata in vigore del Decreto Cura Italia, hanno indotto l’Assessora Veronica Mammì ad una precipitosa ritirata di quel provvedimento, accompagnata dall’impegno ad ascoltare la voce di chi opera sul campo, prima di assumere nuove iniziative. Questo impegno è stato del tutto disatteso.
I problemi da affrontare non mancavano di certo. Come avevamo chiesto sin dal primo giorno di chiusura delle scuole, il Decreto Cura Italia ha autorizzato gli Enti Locali ad utilizzare i fondi già stanziati per retribuire le prestazioni socio-assistenziali-educative rese impossibili da effettuare a causa dell’emergenza sanitaria. Il mancato confronto con gli operatori e l’inconsistenza politica da parte dell’Assessora Mammì hanno prodotto l’interpretazione più sgangherata del Decreto Cura Italia che si potesse immaginare.
Parliamo di inconsistenza politica perché la definizione delle modalità di intervento degli assistenti educativi sarebbe stata affidata ad un documento – redatto dalle Dirigenti Maria Teresa Canali e Luisa Massimiani e indirizzato a Sindaca, Assessori, Presidenti di Municipio, scuole, ecc. – che non dispone proprio nulla, perché non è altro che un parere o, tuttalpiù, una raccomandazione, in attesa del provvedimento vero e proprio, rimandato ad una futura “determinazione dirigenziale con cui si approvano i nuovi servizi attingendo allo stanziamento già esistente relativo ai contratti già in essere e corrispondenti ai relativi capitoli di bilancio”. Parere che, però, è stato sufficiente per l’Assessora Mammì per dichiarare ai media di aver risolto ogni problema, quando non è stato risolto proprio niente.
Quel documento è una dichiarazione di guerra nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche una dimostrazione di assoluta insensibilità nei confronti dell’emergenza che sta vivendo l’intero Paese.
E’ una dichiarazione di guerra, perché, dopo l’invito agli enti gestori, alle scuole ed ai Municipi ad individuare progetti di impiego alternativo e a distanza degli AEC, si premura di specificare che “ (…) Alla liquidazione del compenso dovrà necessariamente corrispondere la rendicontazione delle prestazioni professionali rese a distanza, da parte del titolare del contratto di servizio, avallata dal Dirigente Scolastico di riferimento/POSES”, il che significa che i compensi restano legati al cottimo, cioè alle ore di prestazione effettivamente erogate. Ora, anche un bambino comprende che l’intervento a distanza, qualunque possa essere, non può rivestire le stesse caratteristiche e la stessa durata dell’intervento effettuato in ambito scolastico, per motivi talmente evidenti che sorprende come due Dirigenti di lunga esperienza possano ignorarli. Ci riferiamo alle Dott.sse Maria Teresa Canali e Luisa Massimiani, le autrici della nota.
Poiché il Decreto Cura Italia, richiamato solo parzialmente nella nota Canali-Massimiani, dispone che “(…) i pagamenti di cui al comma 2 comportano la cessazione dei trattamenti del fondo di integrazione salariale e di cassa integrazione in deroga”, siamo di fronte al paradosso che vedrebbe i lavoratori dover optare fra una retribuzione ridotta al minimo (in quanto legata alla rendicontazione di prestazioni forzatamente ridotte rispetto a quelle “normali”) e gli ammortizzatori sociali, con l’ovvia conseguenza che tutti opteranno per gli ammortizzatori sociali. Un’aberrazione, insomma.
Insensibilità verso l’emergenza nazionale, dunque, perché il Decreto Cura Italia ha autorizzato gli Enti Locali ad impiegare integralmente i fondi già stanziati per la retribuzione dei servizi socio-assistenziali-educativi che le misure per il contenimento della diffusione del Covid 19 hanno reso impossibili da erogare nelle forme consuete, a partire proprio dall’assistenza educativa per gli alunni con disabilità. L’impiego di quei fondi – ripetiamo: già stanziati in bilancio – contribuirebbe ad alleggerire la pressione sull’INPS, riducendo di decine di migliaia di lavoratori le richieste di cassa integrazione e fondo di integrazione salariale. Evidentemente, per le Dott.sse Canali e Massimiani, nonché per l’Assessora Mammì, anche la possibilità di contribuire concretamente allo sforzo economico nazionale non è una cosa importante.
Vogliamo segnalare, infine, un episodio che da la misura della bassezza di certi burocrati, peraltro gli stessi che gestiscono le vite di operatori e utenti. Prima che le scuole serrassero i battenti, sono stati effettuati tre giorni di lavoro ordinario, precisamente il 2, 3 e 4 marzo. Le cooperative hanno inviato la relativa rendicontazione ai Municipi, certificandola in proprio, poiché i fogli firma degli operatori sono rimasti dentro le scuole chiuse ed è impossibile operare secondo la procedura consueta, cioè ritirarli e consegnarli alla cooperativa che poi li consegnerà ai Municipi, dopo essere stati controfirmati da docenti e dirigenti scolastici.
Gli operatori impegnati nel Municipio IV hanno ricevuto dalla propria cooperativa la seguente comunicazione: “ (…) Stiamo aspettando a breve disposizioni dal municipio (…) per quanto riguarda i fogli firma dei giorni lavorati a marzo, la cooperativa aveva proposto di documentare e validare il totale delle ore effettuate da tutti quanti voi, ma la proposta è stata bocciata, in quanto occorrerà’ che gli stessi vengano comunque controfirmati dai dirigenti scolastici”. In altre parole, il IV Municipio (e, forse, non solo quello) pretende, per pagare anche soltanto i tre giorni lavorati a marzo, i fogli firma impossibili da recuperare, almeno fino a quando le scuole resteranno serrate!
Ammesso, poi, che le scuole vengano appositamente fatte aprire, qualcuno dovrà andare a cercare i fogli classe per classe, portarli alla firma del Dirigente (anche lui prontamente accorso nell’edificio), poi portarli nella sede della cooperativa, presumibilmente utilizzando mezzi pubblici. Non c’è che una parola per definire questa vicenda: scellerata.
Caos e scelleratezza vanno di pari passo, perché l’uno rende possibile l’altra. Allo stato attuale, la nota delle Dott.sse Canali e Massimiani non è altro che un parere. Perché diventi un atto cogente, deve intervenire una Determinazione Dirigenziale, di cui ancora non si ha notizia. Siamo in tempo, quindi, se non altro per far sentire la nostra indignazione, intervenendo sulle pagine Facebook degli Assessori Antonio De Santis (https://www.facebook.com/AntonioDeSantis.Roma/) e Veronica Mammì (https://www.facebook.com/VeronicaMammiAssessore/) , che sarebbero i nostri interlocutori al tavolo tecnico per l’internalizzazione del servizio, fermo ormai da un mese e mezzo. Naturalmente, è buona cosa anche investire, allo stesso modo, la Sindaca Virginia Raggi (https://www.facebook.com/virginia.raggi.m5sroma/).
In questo periodo, non possiamo fare molto altro, purtroppo. Ma questo periodo finirà. Sarà nuovamente possibile mobilitarsi, scendere in piazza, manifestare, scioperare, parlare a tutta la città.
E lo faremo.

Un commento su “CAOS CAPITALE E UN MUNICIPIO SCELLERATO

  1. Grazie dell’ informazione, speriamo che alcuni municipi prendano in considerazione il ruolo degli operatori che hanno dovuto smettere di lavorare per questa emergenza nazionale. Non siamo in ferie o in malattia e tantomeno ci siano licenziati. Così come le forze politiche che ci rappresentano e le poses dirigenziali che ci firmano le ore di lavoro svolte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto